La mortadella: aspetti attuali tecnici della sua produzione di Carlo Cantoni e Patrizia Cattaneo

Cenni storici
Fu Luigi Maria Mitelli a raffigurare per primo la mortadella in una incisione della seconda metà del 600. Diverse teorie (Ballarini, 2000) tentano di spiegare lorigine del termine "mortadella". Unipotesi è che derivi da mortada, cioè pallida, dal colore rosa pallido che la caratterizza. Ma le due ipotesi più attendibili, che peraltro si integrano, sono quella del mortatum e del myrtatum.
Mortatum è il mortaio: giacché tale utensile non trita la carne, ma la sfilaccia rendendola poco conservabile, appare improbabile che venisse utilizzato per la carne, piuttosto per macinare le spezie (Cantoni, 1988). Myrtatum indica invece un insaccato di carne condito con bacche di mirto. Infatti alla carne tritata viene aggiunta una miscela aromatica sminuzzata, detta concia, in cui il mirto è elemento fondamentale per conferire profumo e aroma tipico.
Nel lapidario di Bologna è conservata una stele funebre di epoca romana imperiale, in cui viene affiancata limmagine di un mortaio a quella dei maiali. La spiegazione di questo accostamento è, probabilmente, luso del mortaio per preparare un salume. Un prodotto nominato mortadella era già conosciuto ai tempi di Augusto e Tiberio (primo secolo dopo Cristo).
Daltronde gli etruschi, primi abitanti della moderna città di Bologna, erano già esperti nella salagione della carne di maiale. Ne è testimonianza il fatto che, nei territori un tempo abitati dagli etruschi, si sono sviluppati altri tipi di mortadella (emiliana, umbra, abruzzese, romana).
Nellalto Medioevo la corporazione dei salaroli di Bologna aveva il privilegio di confezionare mortadelle e porvi il proprio sigillo, come risulta da uno statuto del 1242. Tra il 1350 e il 1355 Boccaccio cita il "mortadello" tra le pagine finali del Decamerone. La prima ricetta vera e propria della mortadella risale al 1600, ad opera di un agronomo bolognese, tale Vincenzo Tanara, nel trattato Economia del Signore in Villa. In questo trattato vi sono indicati tipo e quantità di spezie da utilizzare: cannella, chiodi di garofano, noce moscata, muschio, pepe in grani. Oltre al sale, Tanara include nella ricetta lo zucchero e il formaggio. Tanara inoltre specifica anche la dose di tessuto adiposo, tagliato in grossi dadi, in un terzo e in due terzi la dose del tessuto magro, proveniente da tagli pregiati (spalla o coscia) e trasformato in farcia tramite "taglienti pestature". Dopo linsaccatura, la mortadella deve essere cotta, a temperatura moderata, in una stufa calda.
Nel 1661 il cardinale Farnese a Roma emise un bando per la codificazione della produzione di mortadella. Forni, nel 1881, fornisce una più puntuale descrizione della ricetta (costituita dal 65% di carne magra e dal 35% di tessuto adiposo) e delle fasi di preparazione.
Legislazione odierna
Secondo il DPR 17 maggio 1988 n. 194 la mortadella rientra nella classe dei prodotti carnei sottoposti a trattamento termico incompleto, cioè sottoposti a unesposizione al calore inferiore a tre minuti a 121,1°C, o a combinazioni tempo/temperatura equivalenti. Nel DPR il valore citato di tre minuti è un arrotondamento di 2,52 minuti: è il tempo necessario per ottenere, a 121,1°C, dodici riduzioni decimali delle spore di Clostridium botulinum.
La mortadella è un prodotto del salumificio, non fermentato, macinato, insaccato e cotto (ma non affumicato), da consumarsi tal quale.
Il DPR n. 194 è stato in seguito modificato dal DL n. 537 del 30 dicembre 1992, il quale ha però conservato gli articoli 6 e 7, larticolo 12/2 e lallegato C, che trattano, tra laltro, del trattamento termico che i prodotti carnei conservati in contenitori non ermetici devono subire: "che abbia fatto salire la temperatura al centro della massa ad almeno 70°C".
Altre modifiche, riguardanti gli allegati A, B, C, D del DL n. 537, sono apportate dal DM dell11 luglio 1997: nel capitolo VIII dellallegato B il trattamento termico minimo di tre minuti a 121,1°C è sostituito con un "trattamento termico in grado di distruggere o disattivare i germi patogeni e le loro spore".
Per quanto riguarda gli additivi il DM n. 209 del 27 febbraio 1996 applicava anche alla mortadella le direttive della Comunità europea (le direttive n. 94/34/CE, n. 94/35/CE, n. 94/36/CE, n. 95/2/CE, n.95/72/CE). In seguito sono state apportate solo leggere modifiche, non sostanziali, alla direttiva n. 95/2/CE ad opera della direttiva n. 98/72/CE. A riconoscimento di una specifica richiesta dellItalia, a tutela della qualità della mortadella tradizionale italiana, è stato accordato, con la decisione 292/97/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 19 dicembre 1996, il mantenimento della legislazione nazionale, relativa al divieto di utilizzazione nellimpiego degli additivi. Le categorie di additivi per le quali può essere mantenuto il divieto sono tutte eccetto i conservanti, gli antiossidanti, i regolatori di acidità, gli esaltatori di sapidità e i gas di imballaggio.
Con la pubblicazione, sulla Gazzetta Ufficiale della Comunità Europea del 20 febbraio 1998, del regolamento CE 1549/98 è stata registrata la Mortadella di Bologna IGP. Il suddetto regolamento è stato poi pubblicato ad opera del Ministero delle Politiche Agrarie come decreto del 7 ottobre 1998. Il disciplinare di produzione, oltre a delimitare una zona geografica ben precisa per lelaborazione (che comprende Emilia Romagna, Piemonte, Lombardia, Veneto, provincia di Trento, Marche, Toscana, Lazio), stabilisce anche quali devono essere le materie prime e gli additivi. Il disciplinare limita luso degli zuccheri a quantità inferiori allo 0,5% e quello di nitriti (di sodio o di potassio) a 140 ppm. Il disciplinare infine stabilisce le linee guida per la lavorazione del prodotto e le caratteristiche finali (organolettiche, chimiche e chimico-fisiche).
Un importante riconoscimento alla mortadella è giunto il 10 gennaio scorso dagli Usa: accordi veterinari Italia-Usa hanno portato le autorità americane a eliminare gli ostacoli che impedivano lesportazione in Usa della mortadella (USDA-APHIS, 1982). Si sospettava, infatti, che la mortadella, come altri prodotti della salumeria, potesse fungere da veicolo per infezioni suine e soprattutto dei virus della peste suina classica e africana, della malattia vescicolare e dellafta epizootica.
Situazione del mercato della mortadella in Italia (dati Nielsen, fonte NRI, DG 00)
La quantità di mortadella prodotta sul mercato nel 1999 ammonta a 52.282,8 tonnellate, per un valore commerciale di 857.440,1 miliardi di lire.
Delle tonnellate prodotte, il 79,9% è destinato al taglio mentre il rimanente 20,1% è destinato allasporto.
Il mercato risulta piuttosto concentrato, poiché le prime sei aziende leader del settore possiedono una quota del mercato pari al 51,4%.
Caratteristiche della mortadella
La mortadella è un salume cotto che si consuma a fette sottili. Può essere costituita:
da sola carne suina (puro suino);
da carne suina e carne bovina.
La mortadella può essere addizionata o meno di proteine non carnee.
La legge francese differenzia la mortadella di alta qualità dalle altre per:
lassenza di cotenne, trippini e stomaci;
il contenuto di polvere di latte inferiore al 4% (contro un limite massimo del 6%);
il 76% massimo di umidità, il 40% massimo di lipidi, il rapporto collagene/proteine inferiore a 22%, il 3% massimo di zuccheri.
In Italia non è presente una tale classificazione tra mortadella di alta qualità e di qualità inferiori. Una mortadella di buona qualità si distingue però sempre da una serie di parametri:
a) indici organolettici:
aspetto al taglio: quadrettature bianche perlacee di tessuto adiposo non inferiori al 15% della massa totale, eventualmente unite a frazioni muscolari; le quadrettature devono essere distribuite uniformemente e devono essere aderenti allimpasto. Le sacche di grasso o di gelatina devono essere assenti e il velo di grasso deve essere contenuto;
colore rosso-rosa allesterno, rosa vivo e uniforme allinterno;
struttura compatta, consistente alla masticazione, con un comportamento plastico;
aspetto superficiale liscio, lucido e vellutato, con segni di bruciatura superficiale assenti o scarsi;
granulometria uniforme e fine (impasto di 0,9-1,2 mm e lardelli di 1-2 cm di lato), ma assenza di sabbiosità;
odore delicatamente aromatico, intenso e gradevolissimo; sapore pieno, fragrante, ben definito e con una vena aromatica caratteristica;
b) indici chimici (ancora oggi discussi):
proteine totali (percentuale di azoto per 6,24) non inferiori a 13%;
rapporto grasso/proteine massimo di 2,7;
rapporto acqua/proteine massimo di 4,00;
rapporto collagene/proteine massimo di 0,35.
Altri parametri proposti sono: proteine non carnee, umidità, grasso, idrossiprolina, polifosfati, nitrati, nitriti.
La qualità della mortadella dipende da:
qualità della materia prima, per quanto riguarda la composizione, le caratteristiche chimico-fisiche e le caratteristiche microbiologiche;
additivi utilizzati;
tecnologia di produzione;
confezionamento, stoccaggio e distribuzione del prodotto finito.
Bisogna tenere a mente che trippini e frattaglie non squalificano il prodotto ma, in giusta dose, donano profumo e sapori particolari che la sola carne non può dare. Le cotenne tritate fini, allo stesso modo, migliorano la consistenza e donano lucentezza alla fetta.
Stabilità
Pur rientrando nei limiti di pH e di attività dellacqua tipici dei prodotti deteriorabili previsti dal DM 16 dicembre 1993 (pH < 5,2 e a
w < 0,95, oppure pH < 4,5 o aw < 0,91), la mortadella risulta stabile a temperatura ambiente (20°C) per il tempo necessario alla vendita in negozio; alla mortadella è applicata la dizione specifica di Shelf Stabile Product (SSP). Tutto ciò avviene nonostante: un blando trattamento termico;
un modesto uso di nitriti;
pH compreso tra 5,6 e 6,2;
a
NaCl in concentrazione del 3% circa (ma poiché non è trattenuto dalla parte grassa, la sua concentrazione effettiva è del 4%).
La conservabilità è funzione delle caratteristiche chimiche e microbiologiche delle materie prime, delle modalità di cottura, della
w del prodotto finito, della temperatura di magazzinaggio e di conservazione del prodotto finito.Valore nutrizionale
La perfezione raggiunta nella scelta delle materie prime e nelle tecniche di lavorazione permette oggi di produrre mortadelle particolarmente adatte alle attuali esigenze dei consumatori. Si sono raggiunti i seguenti obiettivi:
riduzione del contenuto energetico. Di fronte a circa 1.465 kJ (350 kilocalorie) per etto di una mortadella tradizionale, oggi si producono mortadelle che hanno circa 1.047 kJ per etto, e meno ancora;
riduzione del contenuto di colesterolo. Una buona mortadella ha circa 50-60 mg di colesterolo per etto, quindi lo stesso contenuto circa della carne bianca;
contenuto proteico di elevata qualità. Avviene attraverso opportune scelte delle carni e loro lavorazione in condizioni di temperatura controllata;
mantenimento del contenuto vitaminico naturale delle carni. Una buona mortadella, di cui sia stata tenuta sotto controllo la fase di cottura, contiene mediamente in un etto:
vitamina B1 0,10 mg
vitamina B2 0,15 mg
nicotinamide 3,10 mg
La composizione chimica media della mortadella, per 100 g di parte edibile, è:
protidi 12 g
lipidi 33 g
glicidi
umidità 5,2 g
minerali 3 g
di cui: Ca 40 mg
P 160 mg
Fe 2 mg
K 200 mg
Mg 40 mg
Na 40 mg
Cl 920 mg
vitamina B1 0,10 mg
vitamina B2 0,15 mg
vitamina PP 3,10 mg
Tecnologia di produzione della mortadella
Ricevimento e stoccaggio delle materie prime più importanti
La carne fresca giunge in tagli anatomici singolarmente congelati e appesi in binari aerei nella cella frigorifera dei camion. Non appena la carne fresca congelata viene scaricata dal camion di trasporto, subisce un controllo visivo: gli operatori sono tenuti a controllare che ogni singolo pezzo scaricato sia conforme agli standard di forma, dimensione, peso e colore concordati nel capitolato di acquisto e che risponda a determinati requisiti igienici. Si controlla inoltre la temperatura di trasporto. Se la carne risulta conforme, viene caricata su appositi carrelli e stoccata in un congelatore a _20°C.
Tra le 24 e le 48 ore prima della lavorazione, la carne viene trasferita in una cella di condizionamento, dove raggiunge una temperatura tra _8°C e _10°C, temperatura alla quale essa verrà lavorata. Tale temperatura è un parametro critico. Una bassa temperatura, infatti, favorisce la fase di macinatura: il grasso presente non fonde e la carne risulta più consistente, in questo modo passa più facilmente anche attraverso le trafile più piccole. Inoltre una bassa temperatura migliora laspetto finale del prodotto: se, infatti, la carne viene lavorata a temperature più alte, a processo finito la mortadella assume una sgradevole colorazione giallo-beige, dovuta a fenomeni ossidativi a carico dei pigmenti naturali, causati dallinnalzamento termico di qualche grado in fase di macinazione.
Il grasso, che consiste in tessuto adiposo refrigerato, al momento dello scarico dal mezzo di trasporto, subisce lo stesso controllo visivo destinato alla carne fresca; se risulta conforme agli standard e ai requisiti stabiliti per la componente adiposa, esso viene trasportato in celle di refrigerazione, dove viene stoccato a _2°C o _3°C. Talvolta si può acquistare anche grasso fresco e congelarlo, per avere delle scorte di magazzino in caso di mancata consegna o di un aumento del prezzo sul mercato.
Allestimento della ricetta
Nel processo produttivo vero e proprio la prima operazione consiste nellallestimento della ricetta.
Questa è unoperazione fondamentale per evitare, nella fase di cottura, inconvenienti che, se non sono di origine microbica, sono dovuti proprio a una ricetta non equilibrata. Con questultimo termine sintende una ricetta tale da originare un impasto non stabile, che forma, ad esempio, durante la cottura, sacche di grasso o di gelatina, causa di un deprezzamento del prodotto, non più recuperabile. Le sacche di grasso, così come luntuosità al taglio, sono causate non tanto dalla fusione dei lipidi (che per il suino ha inizio a 25-28°C), quanto piuttosto a una qualità scadente delle proteine che non riescono, tramite la loro coagulazione, a creare una membrana che li trattenga (Pedrielli et al., 1984). Le sacche di gelatina, invece, provengono dal collageno presente nei trippini (stomaci) e nelle cotenne: la capacità del collageno di solubilizzarsi in ambienti acquosi e, quindi, di gelatinizzare dipende da fattori quali letà dellanimale e la provenienza del tessuto.
La composizione della ricetta è altresì importante. Infatti essa influenza:
a) il colore del prodotto finito: non essendo prevista laggiunta di coloranti nellimpasto della mortadella, il colore del prodotto finito è ottenuto da una sapiente miscelazione di carni rosse e carni chiare;
b) le caratteristiche plastiche del prodotto finito: si interviene su questo parametro tenendo conto delle caratteristiche delle materie prime, ad esempio: aumentano la "croccantezza" la spalla di suino (perché è una carne dura) e il geretto (perché risulta particolarmente nervoso), la abbassano invece i triti, le cotenne e i trippini (ingredienti considerati "morbidi").
Da quanto esposto si delinea limportanza, in questa fase del processo, della capacità e dellesperienza personale del responsabile.
Preparazione della farcia
Dopo lallestimento della ricetta si distinguono, per comodità di descrizione, tre linee produttive: la linea magro, la linea grasso e la linea unificata che tratta i semilavorati provenienti dalle due linee precedenti.
a) Linea magro
Essa tratta esclusivamente la parte magra della materia prima, principalmente:
la spalla di suino: la quantità percentuale nella ricetta aumenta nei prodotti di alta qualità. Per ricette di qualità inferiore o create ad hoc per lindustria può essere prevista anche una quota di carne bovina;
i triti di suino: la qualità è variabile. È giudicato di altissima qualità il trito di carnetta (molto magro, proviene dalla zona della tempia, dietro locchio), il trito di testa di prima e di seconda scelta. Di alta qualità è il trito di prosciutto. Di qualità inferiore è invece il trito di busto e di diaframma;
i trippini: provenienti da stomaci suini, demucosati e senza ghiandole;
lemulsione di acqua e grasso semiduro: viene preparata miscelando grasso e acqua a 60°C (per favorire la formazione dellemulsione) in un apposito cutter. Segue una raffinazione su setacci, per ottenere una migliore omogeneità di consistenza e di colore. Lemulsione fornisce allimpasto ladatta quantità di grasso necessaria a renderlo morbido; eventualmente è anche usata come veicolo per zuccheri e sali aggiunti. Il grasso viene aggiunto in forma di emulsione, per evitare problemi di colamento e la formazione di sacche di grasso durante la cottura, e per evitare che la farcia risulti troppo pastosa. Le emulsioni sono utilizzate congelate, per evitare che si destabilizzino. Oltre allemulsione a base di grasso (a cui si possono aggiungere dei caseinati, per abbassarne il costo), si possono usare emulsioni a base di magro (contenente suino magro, ghiaccio tritato, polifosfati, sale) o di cotenna (contenente cotenne in polvere, ghiaccio tritato, polifosfati, sale). Questultima in particolare è ricca di collageno ed è instabile, ha basso costo ed è utilizzata per prodotti di bassa qualità.
Gli ingredienti della ricetta vengono pesati uno ad uno, secondo le quantità previste.
Le carni congelate, dopo aver raggiunto la temperatura ideale per la lavorazione, subiscono una premacinazione, chiamata in gergo "sgrossatura". Essa riduce le dimensioni dei pezzi con lo scopo di facilitare la successiva macinazione. È importante che in questa fase vengano evitati stress meccanici, come attriti tra lame e pareti della vasca. Questa operazione contribuisce a rendere più morbido limpasto perché riduce la consistenza di tendini, nervi e legamenti presenti. È tuttavia unoperazione da tenere sotto controllo per i fenomeni di rammollimento, di perdita di colore e di moltiplicazione microbica, che possono verificarsi.
Dopo la sgrossatura si aggiunge lemulsione di acqua e grasso semiduro, ghiacciata. Segue un premiscelamento, allo scopo di alimentare la tritacarne con materia prima abbastanza omogenea e di amalgamare la carne allemulsione. Si attua in una vasca di acciaio inox, fornita di pale. Una coclea serve a scaricare la vasca.
A questo punto il semilavorato è trasferito, tramite un elevatore a nastro, nella sala della linea unificata, dove subisce una macinatura più fine, attraversando una serie di quattro trafile con fori di diametro decrescente.
La tritacarne, detta in gergo "sterminio", ha un asse obliquo per facilitare il passaggio del semilavorato da una trafila allaltra. Si divide in una parte alta, dove si trovano due teste tritacarne (con trafile con fori di diametro pari a 14 mm, precedute da coltelli a quattro bracci), e in una parte bassa, dove si trovano altre due teste per la raffinazione.
Le trafile presenti nella zona di raffinazione sono montate di seguito in questo modo: la carne parzialmente macinata incontra un coltello a cinque bracci e la seconda trafila; immediatamente a seguito incontra un coltello a sei bracci, la terza trafila, un ultimo coltello a sette bracci e infine lultima trafila, con fori di diametro pari a 0,7 mm. Questultima trafila, dotata di un tubo centrale di scarico dove è convogliato tutto il materiale nervoso difficile da tritare, è particolarmente importante per evitare la sensazione di granulosità nel prodotto finito. La granulosità può essere dovuta a granuli di trippini o a cotenne che, macinate in un molino, possono essere utilizzate in polvere o reidratate. Le variabili di questa fase sono la composizione e la temperatura della miscela alimentata, il tipo e la sequenza degli organi di taglio.
Durante la macinatura fine si ha un innalzamento di temperatura di 3-4°C; un eccessivo riscaldamento in questa fase crea un impasto di minor consistenza, la fusione del grasso e la formazione di un colore anomalo.
Per quanto concerne il colore, alcuni studi (Pedrielli et al., 1998) hanno dimostrato che, indipendentemente dalla composizione della miscela, alimentando il tritacarne con componenti condizionati a temperature inferiori a _5°C, la percentuale di conversione dei pigmenti totali in nitrosopigmenti (reazione desiderata), tende ad aumentare per valori del rapporto tra velocità di taglio e velocità di alimentazione, compresi tra 2,4 e 4,1.
Il prodotto finale, che prende il nome di trito magro, appare come una pasta di colore rosa.
b) Linea grasso
Essa si occupa della lavorazione della parte grassa della materia prima, cioè:
il grasso golare: esso viene ripulito dalle ghiandole della parotide e ha una venatura magra centrale. È considerato grasso di alta qualità. Nel prodotto finito è riconoscibile dalle striature magre che assumono un colore rosato. Nei prodotti di alta qualità è in percentuale maggiore sul grasso totale;
il lardo: esso proviene dalla parte dorsale del suino, è completamente privo di venature carnee.
Al momento della lavorazione il grasso deve trovarsi a una temperatura il più vicino possibile a 0°C (e comunque compresa tra _2 e +4°C). Nel caso in cui la temperatura fosse di molto inferiore a 0°C il rischio sarebbe la rottura delle lame, mentre se la temperatura fosse superiore a 0°C la consistenza non solida del grasso potrebbe causare una cattiva cubettatura. Il grasso viene caricato su un nastro trasportatore e indirizzato verso la taglialardelli, dove viene cubettato in pezzi di 1 cmc circa. La taglialardelli è formata da due serie di lame, montate perpendicolarmente tra loro (a "castello") e da un coltello rotante finale.
Dopo la cubettatura il grasso subisce un lavaggio, che prevede diverse fasi. La prima fase si compie per immersione in una coclea, con acqua a 45-50°C. La temperatura dellacqua in questa operazione è un parametro critico: se fosse inferiore a 45°C, non sarebbe in grado di sciogliere né allontanare i grassi bassofondenti (il cosiddetto grasso molle). Questi, nel prodotto finito, sono la causa della formazione di sacche di grasso. Se invece la temperatura dellacqua fosse superiore a 50°C, si rischierebbe di scottare il grasso che, a fine cottura, assumerebbe uno sgradevole colore bruno. Dopo la prima fase di lavaggio, segue una scolatura in cestelli con lo scopo di allontanare, insieme allacqua di lavaggio, i grassi fusi. I cubetti di grasso sono sottoposti successivamente a un secondo lavaggio, per immersione, del tutto simile al precedente, e quindi vengono nuovamente scolati, questa volta in tamburo rotante.
Il grasso a questo punto raggiunge una temperatura pari a circa 30°C: non viene raffreddato, ma subito lavorato, per evitare possibili moltiplicazioni microbiche. È trasferito poi, per caduta, nella sala della linea unificata, passando attraverso una griglia grossolana che serve a trattenere la parte fibrosa. Questultima, allontanata a mano, viene scartata. Il grasso, cubettato e lavato, cade dentro a dei vagoncini che verranno poi sollevati e scaricati nella vasca di impastamento.
Il prodotto finale di questa linea è chiamato grasso cubettato.
c) Linea unificata
Essa tratta i semilavorati ottenuti dalle due precedenti linee.
Il trito magro viene impastato con il grasso cubettato, miscelato con sale, acqua, spezie o aromi e altri ingredienti, secondo la ricetta.
Le spezie sono usate in miscela, detta concia, che viene preparata dallazienda in un apposito laboratorio. La composizione è segreta per ogni ricetta. Le miscele contengono tra laltro: pepe (macinato e in grani), noce moscata, mirto, coriandolo.
In sostituzione delle spezie si possono usare gli aromi, disponibili sul mercato in polvere o in soluzione, supportati da sale o da zucchero.
Gli ingredienti più tipicamente usati sono invece:
pistacchio: acquistato secco e solo al momento delluso inzuppato con acqua e sale;
caseinati: acquistati come caseinati di sodio in polvere. Essi vengono idratati, al momento del loro utilizzo, in un miscelatore apposito con acqua in modo da ottenere un liquido bianco, viscoso e leggermente schiumoso che viene pompato direttamente nellimpasto. La principale funzione dei caseinati è quella di rendere possibile lamalgamazione dellimpasto e di legare lacqua presente. Hanno inoltre la funzione di migliorare, dal punto di vista qualitativo e quantitativo, il contenuto proteico del prodotto finito, contenendone il prezzo. Si aggiungono solo in prodotti di media e bassa qualità (un esempio su tutti, le mortadelle destinate allindustria della pasta fresca ripiena), in quantità massima del 2% dellimpasto di carne come vuole il DM n. 393 del 18 maggio 1999 (modifica del DL n. 270 del 13 luglio 1989). I caseinati hanno unelevata percentuale di perdita di peso, ma rispetto ad altri prodotti a base proteica (come gli isolati di soia) fanno sì che avvenga una minore contrazione nelle mortadelle durante la cottura (Hand et al., 1983);
leganti dellacqua (in alternativa ai caseinati): sono svariati e impiegati a seconda della qualità del prodotto finito. Tra i più frequenti citiamo: isolati di soia, proteine plasmatiche (congelate o in polvere), cotenne in polvere, fibre vegetali (esempio: fibra di bambù).
A questo punto del processo vengono aggiunti il sale e gli additivi, nitrati e nitriti, glutammato ed eventuali altri.
La macchina impastatrice è composta da tre vasche di impastamento che lavorano in continuo: una in fase di carico, una in fase di impastamento e una in fase di scarico Ciascuna vasca possiede due alberi coassiali, dotati di pale, che ruotano in senso convergente, lisciando limpasto. Limpastamento dura, a seconda della ricetta, dai 15 ai 20 minuti, durante i quali si assiste a un lieve abbassamento di temperatura dellordine di 2-3°C, dovuto alla presenza del sale. Quando tutto il sale si è disciolto completamente, si aggiunge lascorbato in forma di soluzione acquosa e si impasta ancora per tre minuti. La parte rimasta aderente alla vasca di impastamento, dopo lo svuotamento, è detta resa dimpasto e viene riciclata in percentuali differenti a seconda della qualità della ricetta.
Insaccamento
Trascorsi i tre minuti, il semilavorato è pronto allinsacco: un nastro elevatore raccoglie limpasto scaricato dalla vasca di impastamento e lo trasferisce in una vasca di alimentazione, dalla quale viene inviato al cornetto estrusore.
Linsacco è la fase che richiede più operatori e condiziona lintera durata del ciclo produttivo, in base ad essa si stila il programma di produzione giornaliero.
Loperazione dellinsacco può avvenire in due modi, poiché questa zona operativa è componibile con diversi macchinari a seconda della necessità. Si può trovare:
un sistema manuale: la pasta viene espulsa a comando di un pedale, azionato da un operatore che ha il compito di riempire il budello con il semilavorato. Il sistema è costituito da un nastro trasportatore sul quale lavorano diversi operatori: uno che riempie il budello con il semilavorato, uno che chiude il budello con un laccio, due che fanno rotolare linsaccato entro gabbie metalliche, che vengono allacciate e appese su bilancini. Le gabbie servono per evitare la rottura dei budelli a causa della dilatazione dellimpasto durante la cottura. Se il budello usato è quello naturale, linsaccato viene legato a mano con dello spago e collocato sui bilancini. Questo sistema, che può comunque essere predisposto per un dosaggio automatico, è utilizzato per mortadelle di grosso calibro (esempio da 30 kg);
un sistema semiautomatico: il semilavorato è dosato automaticamente a intervalli regolari, necessari per fermare con due clip metalliche il budello (che è stato precedentemente avvolto attorno al cornetto estrusore e scorre spinto dal flusso del semilavorato). Escono così delle filze di mortadella a gruppi da cinque. Questo è un sistema utilizzato per i calibri piccoli. In questo caso non servono le gabbie metalliche perché il budello usato è abbastanza robusto da resistere alle espansioni dellimpasto. Le filze vengono disposte su alloggi metallici, montati sui bilancini.
Il semilavorato viene insaccato in assenza di aria, mantenendo il cornetto estrusore immerso nella pasta già espulsa per evitare la formazione di bolle.
I calibri e i pesi che si possono ottenere sono:
piccolo: 0,5-1 kg;
standard: 10-15 kg;
grande: 30-100 kg;
gigante: superiore a 100 kg.
I budelli utilizzati per linsacco possono essere naturali (vescica bovina) o artificiali (a base di cellulosa o costituiti da un doppio strato di cellophane). Questi ultimi devono essere rinvenuti in acqua per qualche minuto prima delluso. I budelli artificiali usati per i calibri più piccoli hanno una leggera colorazione arancio mattone, perché la mortadella di questo formato non riesce a sviluppare, in fase di cottura, la gradazione cromatica che il consumatore si aspetta.
Lutilizzo della vescica bovina presenta i seguenti vantaggi:
1) dona aroma, gusto tipico e particolare;
2) è molto fine;
3) ha una buona traspirazione sia in fase di cottura sia in fase di raffreddamento.
Gli svantaggi sono invece:
1) ha un calibro di diametro variabile e non standardizzabile;
2) lasportazione della vescica in fase di macellazione del bovino è difficoltosa: spesso essa viene tagliata producendo così scarti e abbassamento delle rese;
3) non è adatta a calibri superiori a 17 o 18 kg.
Dopo essere stato appeso (verticalmente o orizzontalmente, a seconda del calibro) tramite i bilancini sui binari aerei, linsaccato viene trasportato nel corridoio dove si affacciano i forni. Qui viene pesato e caricato nel forno. A questo punto il semilavorato si trova a una temperatura inferiore a 0°C; se limpasto è stato scaricato in vagoncini e ha compiuto una sosta prima dellinsacco, la sua temperatura può superare di qualche grado lo zero. Il trasferimento dei bilancini, così come il caricamento del forno, è manuale, per evitare che eventuali urti tra i bilancini provochino la rottura del budello che, quando è umido, risulta piuttosto fragile.
Cottura
I forni per la cottura sono camere piastrellate dove viene inviata aria calda (a convenzione forzata, a 80-85°C) e secca. Lunica umidità presente è quella rilasciata dal prodotto. A inizio cottura lumidità relativa del forno si aggira attorno al 13-14%, a fine cottura invece scende sino a 7-8%. Lumidità è un parametro importante perché influenza le reazioni di Maillard e quindi lo sviluppo del colore. A fronte dellesigenza di liberare il prima possibile i forni, il tipo di profilo termico piatto non crea alcun problema purché limpasto sia equilibrato. Si fissa la temperatura del forno, ad esempio a 87°C, e questa viene mantenuta, salvo lievi oscillazioni, per tutto il tempo necessario. In genere migliore è limpasto dal punto di vista qualitativo, maggiore è la temperatura impiegabile nella stufa (fino a 95-100°C, per mortadelle di altissima qualità).
Il tempo di cottura è funzione del calibro: si passa da cinque ore, per mortadelle di diametro pari a 4 cm, fino a ventuno ore, per mortadelle di diametro di 25 cm. Per legge la cottura non può terminare prima che il centro termicamente sfavorito (detto anche centro termico) non abbia raggiunto i 70°C (come in allegato C del DPR n. 194 del 17 maggio 1988).
Il sistema di rilevazione della temperatura nel centro termico (chiamata temperatura a cuore) si basa su delle sonde collegate a un computer centrale che legge e registra i dati da esse rilevati. La sonda, che contiene una termocoppia, viene inserita manualmente nel punto centrale della mortadella, prima di trasferirla nel forno.
Ogni forno è dotato di due sonde, ciascuna inserita in una mortadella. Le due mortadelle in cui saranno inserite le sonde si trovano nei punti precisi del forno ritenuti più freddi. Trascorso un certo lasso di tempo, che è funzione del calibro della mortadella, quando loperatore rileva al monitor di controllo che la sonda ha misurato una temperatura di poco superiore ai 60°C, ci si accerta che la sonda abbia raggiunto il centro termico esatto, spostandola leggermente dal punto in cui era stata inizialmente inserita. Se spostando la sonda la temperatura si abbassa, significa, in questo caso, che non era stata correttamente posizionata; il centro termico del prodotto è quello che si trova alla temperatura più bassa rilevabile.
La cottura viene interrotta quando la temperatura a cuore di entrambe le mortadelle di riferimento, in cui è stata inserita la sonda, supera la temperatura impostata prima dellinizio della cottura (di solito non inferiore a 70°C). Prima di scaricare il forno si esegue comunque un controllo manuale della temperatura, inserendo la sonda in altre mortadelle.
Raffreddamento
Il semilavorato in uscita dal forno subisce un raffreddamento. Loperazione deve essere rapida, per evitare fenomeni di inacidimento che avvengono in maggior misura a temperature comprese tra 20° e 45°C. La prima fase di raffreddamento, detta raffreddamento ad acqua, si realizza in tunnel con aria espulsa da un frigodiffusore, alternata ad acqua, che viene spruzzata da ugelli a una temperatura di 15-16°C. Lacqua serve a reidratare la superficie che dopo la cottura appare raggrinzita. La durata di questa prima fase di raffreddamento oscilla tra una e due ore e mezza. La seconda fase di raffreddamento, detta raffreddamento ad aria, è condotta in celle con aria espulsa da un frigodiffusore. II raffreddamento è interrotto quando la temperatura a cuore, misurata da sonde inserite in mortadelle campione, raggiunge i 4-5°C.
Operazioni finali
Dalle celle di raffreddamento il prodotto finito viene trasferito a una zona di sosta, dove viene mantenuto a una temperatura non superiore a 10°C e con il 75% di umidità: questo valore di umidità produce un calo di peso, ma riduce il pericolo delle muffe. Il prodotto finito viene estratto dalle gabbie ed eventualmente liberato dallallacciatura del budello. Ove previsto, il prodotto viene tagliato in due parti uguali. Le mortadelle vengono confezionate in sacchi termoretraibili, operando a 90°C con asportazione di aria per due o tre secondi.
Segue la pesatura, lincartamento e quindi letichettatura. Sulletichetta è riportato il numero del lotto, la scadenza e il peso netto del prodotto.
Lintero processo termina con la palettizzazione e lo stoccaggio dei prodotti finiti nellapposito magazzino, a 4-5°C, sino alla spedizione.
In media, dalla messa in lavorazione alluscita dallo stabilimento, passano tre giorni. La temperatura di conservazione ideale del prodotto negli esercizi di vendita e prima del consumo è compresa tra 2 e 4°C.
Problemi igienici della mortadella
La buona stabilità della mortadella, come già accennato, proviene dal contributo di diversi trattamenti il cui scopo è linattivazione microbica, secondo la "teoria degli ostacoli".
I trattamenti utilizzati sono i seguenti.
Il trattamento termico
Importanza della cottura ai fini industriali
La cottura è unoperazione fondamentale nel processo di produzione della mortadella. Essa, tramite il trasporto di calore e di materia (acqua), influenza i parametri della temperatura e dellumidità del prodotto.
Per una buona cottura occorre tenere conto di diversi fattori, fra i quali di primaria importanza sono:
qualità e quantità delle specie di carni usate;
quantità di grasso, trippini e cotenna presenti;
pezzatura;
tipo dinvolucro;
tipo e potenzialità della stufa in rapporto con i carichi immessi.
Gli scopi principali della cottura sono:
distruzione delle forme microbiche vegetative. La cottura non varia la composizione chimica del prodotto e levaporazione superficiale dellacqua non modifica sostanzialmente la
formazione e stabilizzazione del reticolo proteico. La parziale denaturazione proteica, dovuta allinnalzamento della temperatura, dona allimpasto la consistenza tipica; se la temperatura in fase di cottura supera i 72°C, per la natura stessa della carne suina il prodotto assume una consistenza gommosa-elastica;
formazione di sostanze colorate. Sono composti provenienti dalle reazioni dimbrunimento di Maillard e da altre reazioni che avvengono in presenza dei nitriti. I nitriti, infatti, stabilizzano il colore: nella carne essi formano una miscela in equilibrio di nitriti, nitrati e ione nitroso; questultimo si combina con la mioglobina a dare la nitrosomioglobina, un composto che diviene stabile al calore, dopo la denaturazione di parte della componente proteica. Il composto che si forma dalla nitrosomioglobina durante la cottura prende il nome di nitrosomiocromogeno;
disidratazione superficiale. Levaporazione dellacqua dagli strati superficiali crea una pellicola che dona alla mortadella il suo aspetto esteriore tipico. Se durante questa fase si ha un lieve raggrinzimento superficiale, si può recuperare laspetto voluto in fase di raffreddamento reidratando con acqua la superficie;
formazione di sostanze volatili. Donano al prodotto laroma caratteristico. Sono, ad esempio, acidi grassi volatili, peptidi a basso peso molecolare e composti generati da diazoreazioni alifatiche che avvengono tra amminoacidi liberi e ioni nitrosi;
rallentamento delle reazioni di deterioramento. I composti di Mallaird che si formano durante la cottura sono in grado, grazie al loro potere antiossidante, di inibire la degenerazione dei radicali liberi, rallentando così la formazione di composti di deterioramento (Spanier et al., 1990; Bailey, 1988).
La pastorizzazione
La cottura della mortadella equivale a un trattamento termico di pastorizzazione: distrugge le forme microbiche non sporigene ed enzimi termolabili, rendendo il prodotto conservabile, in condizioni particolari (precisi limiti di umidità e temperatura), per un tempo limitato.
Indici di cottura: utilizzo dellattività fosfatasica residua
Caratteristiche degli indici di cottura
Lindice di cottura è un parametro il cui valore è strettamente collegato al trattamento termico subito dal prodotto in cui viene misurato.
È auspicabile che sia un parametro facile e veloce da misurare, in modo che, se il produttore rileva un valore dellindice tale da mettere in discussione lefficacia del trattamento termico effettuato, può intervenire bloccando il prodotto prima della sua immissione sul mercato.
Tra gli indici di cottura proposti, quelli enzimatici sembrano essere i più affidabili (Cantoni e Frittoli, 1974). Se infatti il primo approccio è stato lutilizzo della temperatura nel punto termicamente sfavorito (rilevato con apposite sonde), si è presto rilevato come questo valore non fosse una garanzia del grado di cottura. Infatti non è da sottovalutare il rischio di un errore nella misurazione, così come la diversità dei tempi impiegati a raggiungere tale temperatura in prodotti di pezzature differenti.
Inaffidabile è anche la valutazione del solo parametro durata del trattamento termico a una data temperatura, poiché la trasmissione del calore è influenzata da vari fattori, sia tecnologici, sia intrinseci al prodotto stesso.
Studio della relazione tra fosfatasi acida residua e temperatura raggiunta
Gantner e Körmendy (1960) stabilirono che lattività della fosfatasi acida nel muscolo del suino è inattivata tra 70 e 73°C. Successivamente gli stessi autori (Körmendy e Gantner, 1967; Gantner e Körmendy, 1968) misero a punto il metodo di dosaggio dellattività enzimatica e ne determinarono lattività residua in prodotti carnei, dopo un trattamento termico.
Fu Lind (1965) che per primo tentò di correlare lattività fosfatasica residua alla temperatura raggiunta durante la cottura. La relazione che trovò nei prosciutti cotti è:
temperatura nel centro (°C) =
= 77,3985 5,7109
log (EF)dove EF corrisponde allattività fosfatasica espressa in micromoli di fenolo per kg di campione.
Dalle prove condotte da Lind risulta che la probabilità che la temperatura trovata con lapplicazione della sua relazione sia inferiore di 1,07°C alla reale temperatura nel centro termico a fine cottura è del 5%.
Cohen (1969) determinò lattività fosfatasica residua in prosciutti in scatola utilizzando un impianto pilota e confermò lapplicabilità del test che rilevò grande accuratezza tra 59,4 e 70°C. Lind, a termine di anni di studi a riguardo, propose un metodo modificato, che fu poi accettato nel 1987 da USDA e inserito nel suo Guidebook (Lind, 1987).
Lind usò per i sui esperimenti miscele carnee quattro volte più concentrate e ottenne attività fosfatasiche molto più basse di quelle riscontrate negli studi precedenti: la relazione tra enzima residuo e concentrazione di fenolo liberata non era più rispettata. Questo fu spiegato con la maggior quantità di fosfati (che oltre ad essere naturalmente presenti nella carne possono anche venire aggiunti artificialmente) che modifica lequilibrio della reazione catalizzata dallenzima.
Körmendy e il suo gruppo di ricerca hanno apportato alcune modifiche nel metodo di Lind:
uso di miscele diluite: la concentrazione di fenolo rilasciata è così proporzionale al tempo di incubazione, poiché la reazione è lineare;
pH 5,4 anziché 6,4; 5,4 è il pH optimum per lenzima;
substrato (disodiofenilfosfato) in concentrazione di 0,05 M;
cura nella preparazione dellomogenato: la fosfatasi acida nella carne cotta è per lo più legata alle proteine denaturate, insolubili;
temperatura di incubazione di 37°C: non più 45°C perché a questultima temperatura si rischia la spontanea idrolisi del substrato.
Studio della fosfatasi acida come indice di cottura dei prodotti carnei
Studi condotti sul latte (Griffiths, 1986) hanno dimostrato come, tra gli enzimi più resistenti al calore, ci fosse la fosfatasi acida. Infatti dai lavori compiuti da Griffiths risultano per la fosfatasi acida nel latte i valori riportati nella Tabella 1.
Studi precedenti dello stesso autore avevano dimostrato che trattamenti termici di pastorizzazione (63°C per 30 minuti) riducevano di solo il 10-20% lattività della fosfatasi acida e che per ottenere la completa inattivazione dellenzima occorrevano trattamenti drastici (88°C per 30 minuti).
Questi risultati hanno ulteriormente avvalorato lipotesi di poter utilizzare questo enzima come indicatore per trattamenti termici in prodotti di salumeria cotti, dove lintero ciclo di cottura avviene tra 65 e 75°C (Marenghi e Consiglieri, 1990).
La termoresistenza della fosfatasi acida nel mezzo carne è risultata essere inferiore a quella registrata nel mezzo latte, ma poiché il valore è tale da causare linattivazione dellenzima a temperature vicine a quelle utilizzate nella cottura dei prodotti di salumeria, ciò è risultato un fatto a favore dellapplicazione ipotizzata.
Utilità pratica del test della fosfatasi acida
Stabilito che lattività fosfatasica può essere considerata un indicatore del trattamento termico, il suo attributo "target" sarà linattivazione termica dello Str. faecalis D, con z = 10°C e EPT = 80 minuti.
Si è scelto il valore di EPT pari a 80 minuti per considerazioni pratiche (Incze et al., 1999).
È stato stabilito, attraverso la cottura del prosciutto cotto a una temperatura costante di 70°C per 80 minuti, in condizioni isoterme, che il residuo medio dellattività della fosfatasi acida è di 628 micromoli di fenolo/kg di campione (Körmendy et al., 1992).
Si può dire, semplificando, che questo valore di 628 micromoli di fenolo/kg di campione è il valore limite: se lattività enzimatica di un prosciutto cotto è superiore a questo limite, significa che il prodotto non ha subito un trattamento termico sufficiente a soddisfare lobiettivo igienico stabilito (EPT = 80 minuti per Str. faecalis D, a 70°C).
Attualmente la quasi totalità dei lavori è limitata allo studio applicato al trattamento dei prosciutti cotti (specialmente in scatola).
Altri indici di cottura proposti per i prodotti carnei
La fosfatasi acida non è lunico enzima proposto come indice di cottura per i prodotti carnei. Tra gli enzimi studiati sono presenti anche la fosfatasi alcalina, la perossidasi e la carbonilesterasi (Cantoni e Frittoli, 1974).
Lattività della lattatodeidrogenasi diminuisce a partire da temperature di cottura comprese tra 65 e 68°C (Collins et al., 1991) (ved. Tabella 2).
Carlo Cantoni
Patrizia Cattaneo
Dipartimento di Scienze
Tecniche Veterinarie
per la Sicurezza Alimentare
Via Celoria 10 Milano
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