Il Pesce Giugno 2001

Pesci d’acquario e malattie più
comuni provocate da germi

di Aldo Schiavo

Aldo Schiavo

 

Le malattie provocate da germi nei pesci d’acquario presentano, sia pure in parte, caratteristiche sovrapponibili ad alcune affezioni che colpiscono i pesci d’allevamento (1). Anzi, in proposito può aggiungersi che, per esempio, nel caso dell’infezione da Aeromonas hydrophila, il vibrione responsabile è stato isolato per la prima volta proprio in lotti di pesci ornamentali (1).

La situazione, invece, è diversa nel caso delle infestioni parassitarie, ove le condizioni di vita dei pesci d’allevamento ed a maggior ragione di quelli di mare, risultano molto diverse da quelle proprie dei pesci mantenuti nelle strutture ornamentali. Nel novero delle malattie batteriche più comuni che interessano l’acquariologia vanno elencate la cosiddetta Malattia della Corrosione delle Pinne, la Vibriosi, la Foruncolosi, la Tubercolosi e la Malattia Colonnare.

Malattia cosiddetta della Corrosione delle Pinne

La cosiddetta Corrosione delle Pinne è una malattia diffusa ovunque e che colpisce le pinne; solo in alcuni casi ed in mancanza di interventi le lesioni appaiono più appariscenti per la concomitante azione di miceti.

Eziologia

L’infezione in argomento è provocata da più batteri che, secondo gli esperti, possono appartenere anche a più di un genere; fra questi assumono importanza gli Pseudomonas, gli Aeromonas ed i Vibrio, tutti a forma di bastoncini mobili e Gram-negativi.

 

Patogenesi

I maggiori danni vengono registrati di preferenza a carico dei pesci più giovani e consistono in un interessamento dei bordi delle pinne; queste appaiono ben presto intorbidite e, successivamente, assumono una colorazione biancastra ed in ogni caso risultano soggette ad una azione simil-corrosiva. In pratica è possibile osservare un vero e proprio disfacimento del tessuto che si trova tra i raggi delle pinne, seguito da marcimento; nel contempo le basi delle pinne appaiono più o meno infiammate e rossastre. Il quadro patogenetico può, sia pure raramente, anche risultare complicato da eventuali miceti che attecchiscono sulle parti lese. Tuttavia, questo stato morboso può spesso regredire fino a determinarsi la ricostituzione pressoché integrale delle pinne. Ovviamente tutto questo risulterà possibile in ogni caso in cui si intervenga precocemente e si riesca a rimuovere la causa o le cause. L’azione dei germi responsabili — va sottolineato — si limita all’intervento sulle pinne e, quindi, gli organi od i tessuti interni dell’animale non subiscono nessuna azione negativa.

Sintomi

I segni più precoci ed evidenti sono dati dal sopraccitato interessamento delle pinne, vale a dire delle lamine membranose sostenute dai raggi ossei che danno stabilità agli animali; detto interessamento è accompagnato dal fatto che sono soprattutto i pesci più giovani ad essere colpiti per primi e, comunque, in maniera più grave.

Diagnosi clinica

Il sospetto di Corrosione delle Pinne deriva dalle evidenti alterazioni che interessano questi organi di movimento e di stabilizzazione del pesce, i quali — com’è già stato segnalato — vanno dall’infiammazione al disfacimento, allo sfilacciamento, all’alterazione di colore ed al marcimento.

Diagnosi di laboratorio

La diagnosi di laboratorio si esegue effettuando la raschiatura di ciò che rimane delle pinne e sottoponendo il materiale deposto su vetrino alla colorazione con il metodo di Gram. I germi interessati appaiono come piccoli bastoncini mobili e Gram-negativi; la loro lunghezza oscilla da un millimicron fino a due millimicron, a seconda che si tratti di Aeromonas o Vibrio oppure di Pseudomonas.

Attività di prevenzione

Nel caso dell’infezione in argomento gli accorgimenti più validi consistono nel mantenere continua e costante la migliore qualità dell’acqua nell’acquario; ciò va sottolineato in quanto la quantità necessariamente contenuta del mezzo acqueo può risultare, in più di qualche occasione, non certo favorevole ad un ottimo stato di salute dei pesci. In particolare si dovrà evitare che, per esempio, le feci possano inquinare l’acqua in maniera più o meno evidente; va garantita, poi, la tenuta ottimale dell’ossigeno. Il ph del mezzo non deve avere valori superiori alla norma e vanno evitati, più in generale, i problemi che possono compromettere in qualche modo le resistenze dei pesci. D’altra parte, si ritiene che la comparsa di questa malattia possa essere, in più casi, l’espressione della conseguenza di un’altra affezione morbosa (8).

Interventi terapeutici

Come premessa generale va subito segnalato che gli interventi terapeutici nei confronti di questa malattia come di qualsiasi altra affezione dei pesci d’acquario, vanno prescritti dal veterinario, il quale, a sua volta, si atterrà, fra l’altro, alle indicazioni derivanti dall’esame clinico e, se necessario, anche a quello del laboratorio di analisi. Com’è già stato accennato in precedenti note, riguardanti le altre malattie dei pesci ornamentali, per combattere gli stati morbosi che si presentano negli acquari è più pratico ed agevole il ricorso ai farmaci già pronti in commercio. Detto impiego viene agevolato dal fatto che il costo anche elevato del medicinale viene controbilanciato dal dosaggio che è certamente minimo rispetto allo stesso prodotto da usare eventualmente per pesci d’allevamento per la produzione della carne. Un secondo vantaggio deriva dal fatto che le eventuali soluzioni di farmaci egualmente efficaci, ma da preparare al momento, possono talvolta risultare tossiche, oltre che per gli agenti infettanti, anche per i pesci in trattamento e ciò pure in rapporto ad un eventuale errato numero delle ore d’uso. In linea di massima comunque, e soprattutto in casi di emergenza, può risultare utile saggiare il prodotto disponibile su un numero limitatissimo di soggetti, scelti tra i pesci che presentino sintomi anormali più evidenti. Per quanto riguarda, poi, l’intervento veterinario, i consigli che ne derivano potranno risultare diversi, anche in dipendenza del tipo d’acquario e delle strutture di arredamento presenti in esso. Un’attenzione particolare merita il ruolo del materiale di filtrazione, il quale va idoneamente sostituito od arricchito al termine dei trattamenti e, comunque, in tutti i casi in cui questi si protraggano per più di 24-48 ore; in proposito va ricordato che spesso sono necessarie alcune settimane perché si riproduca favorevolmente la consueta flora attiva di germi a ridosso del filtro e del suo substrato. Un’ulteriore precauzione consiste nel disattivare l’accensione di lampade a raggi ultravioletti eventualmente inserite nel circuito della filtrazione; ciò serve ad impedire le possibili alterazioni di taluni farmaci usati per preparare il bagno terapeutico.

Nel caso, infine, della forzata pratica di bagni di breve durata (da pochi minuti a qualche ora) eseguita ovviamente con dosaggi piuttosto elevati di farmaco, allo scopo di evitare danni irreversibili alle piante ed ai germi presenti abitualmente, deve farsi ricorso a vasche a parte o, più semplicemente, a recipienti di plastica ove, comunque, la temperatura dell’acqua abbia la gradazione solita dell’acqua dell’acquario; in ogni evenienza del genere vanno, inoltre, controllati gli atteggiamenti dei pesci trattati ai fini di sospendere l’azione del medicinale, nel senso di toglierli immediatamente dal bagno con il retino se essi tendano — subito o dopo un po’ — a porsi su di un fianco. Intanto fra i farmaci validi per combattere la Corrosione delle Pinne può prevedersi l’uso del cloramfenicolo; la dose ottimale è pari a 40 mg. di sostanza per ogni litro d’acqua. Questo farmaco va usato per non più di 15-20 ore e sempre a condizione che l’acqua nel frattempo si mantenga chiara; in caso contrario i pesci vanno allontanati e posti in un’altra soluzione rifatta al momento (8). Quest’antibiotico può essere somministrato anche con il mangime, curando che la dose sia di 50 milligrammi per ogni 10 grammi di alimento; la durata del trattamento va protratta per 72 ore, durante le quali il mangime medicato va distribuito due volte al giorno. La neomicina rappresenta un altro farmaco che può essere impiegato con successo nei confronti di quest’infezione, anche se in alcune evenienze sono stati lamentati fatti tossici; pure in questo caso la somministrazione va protratta per 72 ore usando 200 milligrammi del prodotto in dieci litri di acqua. Ovviamente l’acqua medicata da usare va posta in acqua pulita a parte, dando per scontato che la soluzione va preparata al momento dell’uso. Nei casi di miscelazione con il mangime la dose di neomicina solfato riguarda 250 milligrammi per ogni 100 grammi di alimento da somministrare, sempre nell’arco di 72 ore, tre volte al giorno (8). Alcuni ricercatori, in alternativa, suggeriscono l’impiego di triplafavina che va utilizzata alla dose di un grammo per ogni litro d’acqua; partendo da questa soluzione il quantitativo da diluire in un ulteriore litro d’acqua è pari a 3 millilitri, mentre la durata del trattamento va spinta fino a quattro giorni. I migliori effetti si ottengono, tuttavia, se si interviene alla comparsa dei primi segni di alterazione delle pinne. Qualora, poi, si vogliano separare i soggetti apparentemente sani da quelli appena colpiti (da trattare a parte), i primi possono essere sottoposti blandamente in bagno nello stesso acquario con nitrofurantoina, in questo caso a scopo preventivo. Alcuni autori suggeriscono, tuttavia, alcune precauzioni qualora si voglia ricorrere alla sostanza appena sopraccitata e sia pure ai dosaggi ridotti di 50 milligrammi in circa 15-20 litri d’acqua d’acquario. Premesso che la dose di farmaco va sciolta preventivamente in un piccolo recipiente contenente circa 10 ml. di acqua abbastanza calda, la soluzione ottenuta può servire per circa due settimane; il cambio dell’acqua medicata va effettuato filtrandola attraverso carbone. Le precauzioni citate appena sopra, intanto, consistono nel subordinare l’uso delle soluzione di questo farmaco ad un prelavaggio del materiale filtrante e ad un allontanamento del sedimento; il filtro, per parte sua, va liberato del carbone.

Vibriosi

La Vibriosi è una delle malattie batteriche dei pesci che può definirsi storica in quanto è stata osservata da almeno cento anni. Essa colpisce, oltre ai pesci d’acquario, i pesci che vivono in acque di mare, dolci e salmastre. Qui c’è subito da aggiungere che questa malattia, dovuta all’esclusiva azione patogena del vibrione, può presentarsi nei pesci d’acquario solo raramente; nei decorsi cronici ed in particolare negli organi di soggetti gravemente colpiti o morti possono trovarsi spesso numerosi cocchi, ma anche germi Gram-negativi quali gli Aeromonas e gli Pseudomonas (1). Ricerche eseguite in particolare nei pesci d’acquario comunemente definiti come pesci rossi è stata dimostrata una scarsa ricettività, ma gli stessi animali si sono ammalati a seguito di contatto, diretto o indiretto, con pesci infetti d’acqua di mare o dolce (5).

Eziologia

L’agente causale dell’infezione, classificato come Vibrio anguillarum, appartiene alla famiglia delle Vibrionaceae; alla stessa famiglia afferiscono altri generi di vibrioni egualmente patogeni per i pesci ed in particolare l’Aeromonas salmonicida e l’Aeromonas hydrophila; quest’ultimo, tuttavia, è valutato come agente patogeno opportunista (1). Il germe è Gram-negativo ed ha una grandezza che si aggira intorno a 0,5 per 1,0-2,0 micron; esso è ricurvo a forma di virgola, è mobile per la disponibilità di un lungo flagello ad uno dei poli e cresce bene su vari terreni (1). Per i dettagli sulle caratteristiche fisico-chimiche, genotipiche e colturali si rimanda al testo dal titolo Malattie e Prevenzione nell’acquacoltura comunitaria di Schiavo (1).

Patogenesi

L’infezione viene generalmente favorita da una cattiva conduzione dell’acquario nel quale evidentemente si vengano a creare situazioni di negatività (per esempio abbondanza di feci o carenza di ossigeno, temperature più o meno alte o sovraffollamento); la malattia, comunque, può essere veicolata anche da pesci che si comportano come portatori sani (6) (7). In altre evenienze, in acquari in precedenza assolutamente privi di questo germe, la comparsa di focolai specifici è stata attribuita all’uso di mangime inquinato (ovviamente non secco). Sulla base di studi svolti su pesci d’allevamento è possibile ipotizzare che anche nei pesci d’acquario possa conseguire tanto all’attecchimento del germe su eventuali piccole lesioni cutanee, quanto a seguito di virulentazione del vibrione a livello intestinale, per esempio a causa di ingestione di alimento inidoneo. Recenti ricerche hanno dimostrato che il vibrione in argomento è capace di provocare la formazione di prodotti tossici extracellulari; altri studi hanno permesso di ottenere dal filtrato di cellule di questo microrganismo una proteasi parzialmente purificata che si è dimostrata letale per i già citati pesci d’acquario, cosiddetti pesci rossi (2) (1).

Sintomatologia

I sintomi sono più o meno molteplici in dipendenza del decorso della malattia, ma in linea generale può sostenersi che essi sono più evidenti e precoci nei soggetti giovani o maggiormente sensibili; intanto possono notarsi mancanza d’appetito e colorazione più o meno scura della pelle. Questi primi segni vengono generalmente seguiti dalla morte che può riguardare anche il 50% dei pesci presenti; questa forma viene anche classificata come forma acuta ed è spesso accompagnata da insufficienza respiratoria o da ingrossamento addominale. In alcuni casi possono anche notarsi vere e proprie lesioni cutanee, le quali nei pesci morti si estendono in varie parti del corpo (1). In alcune specie sono stati osservati esoftalmo ed emorragie periorbitali. Talvolta l’infezione può esitare in una forma cosiddetta cronica, in cui i sintomi riportati sopra permangono per lungo tempo; mentre si ridimensiona la mancanza d’appetito e la stessa cute appare meno scura, si aggravano l’esoftalmo, le cornee si presentano opache e le branchie appaiono pallide.

Sempre a proposito dei pesci d’acquario c’è da sottolineare che tra le specie più piccole, a motivo delle più deboli capacità di resistenza, l’eventuale contagio può presentarsi solo attraverso convulsioni spasmodiche che ben presto portano a morte l’animale.

Diagnosi clinica

La diagnosi clinica può fare avanzare solo il sospetto di vibriosi in quanto i sintomi soprariportati possono sovrapporsi a quelli propri di altre patologie; ciò va ricordato anche se i pesci colpiti presentano arrossamenti su varie parti del corpo, ad iniziare dalla testa per finire ai fianchi, all’addome ed all’apertura anale e se, in altri casi, possono osservarsi fenomeni ulcerativi o formazioni cutanee che esitano in granulomi (1).

Diagnosi di laboratorio

Intanto va premesso che il materiale da inviare al laboratorio per gli esami colturali (dal sangue del cuore o dal rene) consiste in esemplari ammalati vistosamente o appena morti e che presentino eventualmente anche lesioni esterne (1). Per i dettagli riguardanti i terreni da usare e le esigenze colturali si rimanda al sopraccitato testo di Schiavo (1). L’eventuale ricorso agli esami istologici potrebbe risultare utile pure per distinguere il vibrione in causa, essendo stato dimostrato che biotipi diversi producono lesioni differenti (2).

Attività di prevenzione

Ancora una volta, nel caso di questa malattia in particolare, va ribadito il concetto dell’importanza della prevenzione o profilassi diretta; la Vibriosi, infatti, risulta fortemente condizionata dai fattori ambientali esterni negativi. Tra questi vanno segnalati il ricambio idrico inidoneo, la mancanza o scarsità di igiene, l’alimentazione non bilanciata, la luminosità e la concentrazione di pesci inadeguate, ma soprattutto l’eventuale immissione nell’acquario di soggetti non garantiti dal punto di vista sanitario.

Terapia

Nei casi accertati di Vibriosi è possibile ricorrere all’uso di vari antibiotici giacché, in questi casi, non sussiste il pericolo proprio della specie d’allevamento da carne, ove gli eventuali residui creano problemi nel consumatore. Fra i farmaci più indicati figura il cloramfenicolo da usare secondo la posologia e le modalità già riportate sopra a proposito della Corrosione delle Pinne. Qui può, tuttavia, aggiungersi che tra le precauzioni da seguire — nel caso di questo farmaco come di altri — va ricordata la necessità di sorvegliare comunque i pesci trattati, di ossigenare maggiormente l’ambiente acqueo nei casi di bisogno effettivo e di somministrare l’alimento soltanto dopo almeno tre ore dalla fine del trattamento (9).

Altri ricercatori consigliano l’uso della tetraciclina cloridrato; in via preliminare va puntualizzato che essa colora l’acqua e può danneggiare diverse specie di piante dell’acquario. Di conseguenza se ne prescrive l’uso in un recipiente o contenitore diverso. Intanto, poiché il trattamento può durare anche più giorni, nei casi di colorazione rossastra dell’acqua (che coincide con la decomposizione dell’antibiotico), questa va comunque cambiata nella quasi totalità. Il dosaggio indicato riguarda mezzo grammo di sostanza da diluire in 50 litri d’acqua per un periodo massimo di quattro giorni; qualora si volessero abbreviare i tempi (solo per 24 ore, ma in una vasca separata) il dosaggio va portato a 100 milligrammi per ogni litro d’acqua. Può farsi, infine, ricorso alle tetracicline da usare in recipienti o vasche separate rispetto all’acquario, tenuto conto che l’acqua medicata diventa torbida abbastanza rapidamente; orientativamente il dosaggio interessa 100 milligrammi di farmaco da diluire in 20 litri d’acqua e da far agire per 48-72 ore. L’eventuale impiego di terramicina va limitato alla sola miscelazione nel mangime (8).

Foruncolosi

La Foruncolosi è una malattia infettiva e contagiosa del salmone atlantico che, tuttavia, col tempo ha assunto la denominazione più comune di Foruncolosi dei salmonidi.

Trattasi di un’infezione nota da circa un secolo ed attualmente risulta molto diffusa; l’agente causale viene classificato come appartenente alla famiglia delle Vibrionaceae comprendente il genere Aeromonas salmonicida. Quest’agente risulta normalmente patogeno per pesci che vivono non solo in bacini fluviali ed in allevamento, ma anche, per esempio, per il merluzzo d’Alaska che vive soltanto in mare. Non viene escluso che la malattia possa presentarsi anche tra i pesci d’acquario; in ogni caso l’infezione è comunemente assicurata (per via diretta ed indiretta) da attrezzi contaminati, da ambienti infetti, da mangime contaminato, da trasporti eseguiti al di fuori delle normali norme di igiene e, infine, da brandelli di cute di pesci colpiti dall’Aeromonas salmonicida (8).

Come si vede, trattasi per la maggior parte di elementi che interessano solo in misura limitata la conduzione degli acquari; questa considerazione vale maggiormente se si tiene conto anche del fatto che la resistenza dell’agente causale ai vari fattori fisici e chimici è molto debole (8) (10) e che, quindi, il contagio potrebbe essere assicurato soprattutto da portatori sani che, notoriamente, si identificano in specie di pesci non strettamente d’acquario.

A proposito della debole resistenza dell’Aeromonas responsabile va segnalato che recenti ricerche hanno dimostrato che il metodo della purificazione delle acque, a mezzo di filtri idonei, può per parte sua contribuire a prevenire la virulentazione dell’infezione in argomento; si tratterebbe, per altro, di un metodo semplice da realizzare, poco costoso e facilmente incorporabile nelle strutture manageriali anche di un impianto incubatore (11).

Considerato — in conclusione — che la Foruncolosi può manifestarsi in un acquario del tutto raramente si rimandano tutti i dati utili che, eventualmente, possano interessare il veterinario ed i conduttori degli acquari (in particolare di quelli di una certa importanza) agli elementi conoscitivi che possono assumersi consultando il testo dal titolo: Malattie e Prevenzione nell’Acquacoltura Comunitaria, dell’ottobre del 1997 (1), che vanno dalla presenza e diffusione della malattia ai prodotti morbosi, dall’eziologia alla resistenza dell’agente causale, dall’epizootologia alla patogenesi, dalle prove di resistenza genetica alla sintomatologia (forma acuta e cronica), dalla diagnosi clinica al prelievo ed invio del materiale al laboratorio, dalla diagnosi di laboratorio alle attività di controllo (1).

Tubercolosi

La Tubercolosi è un’infezione che si verifica frequentemente nei pesci d’acquario ed è provocata da un micobatterio acido-resistente; in particolare essa continua ad essere registrata tra le varie specie cosiddette ornamentali e sempre meno in acquacoltura.

Sussistono, per altro, difficoltà di diagnosi di questa malattia soprattutto nelle specie d’acquario particolarmente piccole.

In molti paesi dell’Estremo Oriente ancora oggi la tubercolosi viene considerata come malattia professionale per gli addetti all’allevamento di queste specie molto richieste dall’estero e ciò anche a motivo della capillare diffusione di tanti piccoli allevamenti spesso colpiti o potenzialmente pericolosi (19). In proposito va brevemente ricordato che sono numerosi i nostri operatori che importano, appunto dai Paesi asiatici, considerevoli quote di pesci d’acquario (1); il commercio clandestino accresce ovviamente la pericolosità di affermazione del contagio (1). Intanto in Italia la Tubercolosi è  stata diagnosticata finora solo proprio nei pesci cosiddetti d’acquario (13).

Eziologia

L’agente eziologico di questa malattia va identificato nel Mycobacterium marinum il quale, oltre a poter agire da solo, interviene spesso anche con altri micobatteri meno diffusi (1). Esso — al pari di altri acidoresistenti saprofiti — è fornito di capacità patogena sperimentale nei riguardi di ratti e topi, nei quali, a livello del punto d’inoculazione, determina ascessi o reazione ulcerativo-granulomatosa più o meno tardiva; questo microrganismo è aerobio, immobile, non produce spore e la sua inclusione tra gli agenti causali delle infezioni da acido-resistenti dipende dalla composizione della sua parete (ad elevato contenuto lipidico), che caratterizza appunto la proprietà dell’acido-resistenza (1).

Patogenesi

L’infezione è caratterizzata da un’anemia ipoplastica e fra i diversi apparati colpiti può figurare quello della riproduzione, ove il micobatterio provoca focolai con contemporanei infiltrati cellulari; in alcuni casi possono riscontrarsi cisti da tubercolosi negli organi di pesci sezionati per altre cause di morte.

Nella determinazione dello stato morboso possono assumere importanza eventuali stati di scarsa resistenza organica, carenze vitaminiche e, comunque, condizioni deficitarie di vita in base alle quali il micobatterio — fino ad una certa fase presente solo in forma latente praticamente in moltissimi acquari — acquisterebbe virulenza e capacità di aggredire l’organismo.

Secondo altri ricercatori agirebbero negativamente i fattori genetici eventualmente influenzati da stati di stress, mentre i germi possono intanto sopravvivere nel fondo eventualmente melmoso della struttura ove, insieme alla carenza di ossigeno, si accumulino uno o più pescetti morti o residui di alimento; di conseguenza uno stato ottimale di mantenimento dell’acquario e di salute degli animali sarebbero sufficienti a tenere lontano i casi di malattia.

Sintomatologia

I sintomi che possono caratterizzare la Tubercolosi nei pesci cosiddetti ornamentali sono piuttosto numerosi, pure se atipici. Sta di fatto che, in mancanza di intervento, essi — in parte, ma talvolta anche in numero cospicuo — portano a morte i soggetti colpiti in una sequenza di tempo normalmente lunga.

In altre evenienze, insieme ai primi sintomi anormali, possono determinarsi casi di mortalità pressoché generalizzati e ciò entro uno o due mesi. Fra i numerosi segni esterni, ancorché atipici come già segnalato, può notarsi una generica mancanza o scarsità d’appetito; alcuni o più pesci tendono ad isolarsi, a restare fermi, a procedere su di un fianco o, comunque, a mostrare incertezza nei movimenti.

La citata irregolarità dei movimenti va attribuita in buona parte ad un’eventuale possibilità di localizzazione tubercolare alla vescica natatoria (1).

Altri soggetti possono presentare gli occhi infossati o protuberanti, fino ad arrivare alla perdita del globo oculare; da parte sua la colonna vertebrale può apparire distorta. La cute, poi, può mostrare segni di tumefazione o di scarsa brillantezza oppure ulcere aperte.

Tre gli altri sintomi aspecifici — che, si ripete, possono apparire da soli o contemporaneamente — vanno citati un addome disteso, lo sfilacciamento delle pinne o la perdita di squame, le reazioni tardive agli stimoli esterni, taluni movimenti a scatto, il ventre poggiato sul fondo (1) (8) (12) (14).

Concludendo, la formulazione di una convincente diagnosi clinica in quest’infezione appare estremamente difficile e, perciò, vanno presi in considerazione il reperto autoptico e gli esami di laboratorio.

Indagini di laboratorio

Limitatamente all’esame autoptico di soggetti manifestamente ammalati è possibile osservare nei casi di forte sospetto di Tubercolosi — con l’ausilio di una lente d’ingrandimento — piccoli noduli biancastri tanto sulla milza quanto sul fegato.

Contemporaneamente, per la conferma, vanno preparati alcuni vetrini, deponendovi porzioni di organi più o meno sfilacciati, da sottoporre alla colorazione di Ziehl-Neelsen.

Qui è bene segnalare che il medesimo tipo di lesione macroscopica potrebbe essere determinato da miceti e più in particolare dall’Ichthyphonus hoferi anche se, in quest’ultimo caso, le lesioni apparirebbero più grandi e, perciò, senza il necessario uso di lenti d’ingrandimento.

Oltre che dai pesci sospetti, il materiale utile al laboratorio può essere rappresentato da porzioni del fondo dell’acquario e, al limite, anche da raschiati delle attrezzature più usate; ovviamente va valutata la possibilità del coinvolgimento di altri germi presenti nell’ambiente in generale.

Per l’uso dei terreni di coltura e di isolamento può farsi ricorso ad uno dei mezzi di Petragnani, Lowenstein, Ogawa o, ancora, di Amlacher (1) (15).

Attività di prevenzione

A meno che non si disponga di certificazioni sanitarie di origine riguardanti l’indennità da Tubercolosi, pure nel caso di questa malattia la quarantena rappresenta un mezzo valido per prevenire il contagio da parte di eventuali pesci portatori; elementi efficaci d’igiene sono pur sempre rappresentati da una costante pulizia e da disinfezioni periodiche delle attrezzature nel loro complesso (1).

Fa parte, infine, della prevenzione il rispetto dei più comuni principi di igiene costituiti, per esempio, già da una corretta proporzione tra il numero dei pesci dell’acquario e la quantità d’acqua disponibile.

Terapia

Circa l’eventuale possibilità d’uso di farmaci a scopo terapeutico negli acquari colpiti da quest’infezione, alcuni ricercatori hanno consigliato in passato il fenossietolo, richiamando, tuttavia, ai fini di un problematico successo, l’attenzione sulla massima precocità di impiego.

In altre prove sono state sperimentate la streptomicina, l’idrazide dell’ac. isonicotinico, la penicillina, la kenamicina e l’ossitetraciclina (1), venendo confermata, in ogni caso, l’inutilità dell’intervento laddove l’infezione risultava più o meno radicata.

In buona sostanza può concludersi questo aspetto del problema segnalando che qualsiasi reperto positivo di malattia va correttamente seguito dalla eliminazione e distruzione di tutti i soggetti ospiti dell’acquario, anche quando la maggioranza dei pesci appaia in buone condizioni. Ne consegue che la struttura va accuratamente pulita e disinfettata; a tale scopo può farsi ricorso al perossido d’idrogeno oppure al permanganato di potassio.

Nel primo caso la sostanza va usata in soluzione al 30% e se ne utilizzano 25 millilitri da mescolare in 50 litri d’acqua. Il filtro esterno va lasciato in funzione senza carica per fare in modo che venga assicurata una benefica circolazione della soluzione medicata. In ogni modo l’acquario (da lasciare normalmente illuminato, ma liberato dal materiale di fondo) va riempito fino all’orlo, dopo avervi immersi gli attrezzi d’uso comune e si lasciano trascorrere almeno 72 ore perché si ottenga una disinfezione certa. Trascorso detto periodo la struttura può essere svuotata e lavata con acqua semplice, senza timore di aver lasciato residui del farmaco.

Il materiale di fondo, da parte sua, può essere disinfettato tramite calore (a non meno di 150° C) per almeno un paio d’ore.

Nel caso, invece, del permanganato di potassio, questa sostanza, oltre che risultare utile per la disinfezione dell’acquario (seguendo gli stessi accorgimenti di massima già indicati per il perossido d’idrogeno), può essere impiegata per disinfettare gli strumenti che non si possono sottoporre ad ebollizione (per esempio il termometro).

Circa le modalità specifiche d’uso, il permanganato di potassio va progressivamente posto nell’acquario colmo in quantità tale da produrre una soluzione torbida, di colore fortemente viola; al momento dell’allontanamento della sostanza, il lavaggio con acqua semplice andrà ripetuto finché essa non mostrerà più tracce di colore viola (8).

Malattia Colonnare

La Malattia Colonnare è un’infezione che viene riscontrata spesso nei pesci d’acquario e ciò, probabilmente, ha una certa attinenza con il fatto che sono in genere i pesci delle aree tropicali a risultare maggiormente colpiti. La recettività appare, infatti, piuttosto elevata laddove l’acqua ha una temperatura alta ed i pesci vivono in stagni o in piccole aree confinate (1).

Eziologia

L’agente causale è stato identificato nel Flexibacter columnaris chiamato così perché i germi, riunendosi a grappolo o in gruppo, formano attorno al tessuto necrotizzato del pesce colpito colonne abbastanza caratteristiche; in pratica, questa formazione di masse di batteri dall’aspetto di colonne o di cumuli può essere osservata anche nelle pinne e nelle stesse squame di pesci infetti allorché, in laboratorio, si ricorre all’esame in contrasto di fase. In buona sostanza questi agglomerati appaiono evidenti lungo tutti gli orli delle zone di tessuto infiammate.

Il batterio responsabile è Gram-negativo, è aerobio e misura da 0,5-0,7 micron di larghezza fino a 8-12 micron di lunghezza. Qui va aggiunto che apposite prove sperimentali hanno dimostrato che il decorso della malattia può essere aggravato dai soliti fattori negativi eventualmente presenti nell’acquario; fra questi, oltre per esempio all’inadeguata composizione dell’acqua od a lesioni cutanee, va annoverata la stessa patogenicità del ceppo in causa (16).

Patogenesi

In linea generale può affermarsi che è notevole la presenza di questo germe nel mondo acquatico, anche perché esso può rinvenirsi nel muco di pesci sani. I soggetti più giovani possono presentare una sorta di fusione delle lamelle a causa sia della ipersecrezione mucosa, sia della crescita dell’epitelio delle branchie; in queste condizioni i pesci presentano alterazione ed accellerazione della respirazione per carenza di ossigeno. Ne consegue che un preesistente basso contenuto di ossigeno (dovuto già al soprannumero o alla presenza di sostanze organiche), specialmente se complicato da un’alta concentrazione di ammoniaca, da carenza vitaminica o da lesioni cutanee, favorisce la virulenza del germe ed accelera il decorso della malattia. Per quanto riguarda le pinne, queste vengono attaccate ai bordi ed il conseguente disfacimento può essere tale da evidenziare i vari raggi.

Sintomatologia

I sintomi possono presentarsi in forma acuta o iperacuta ed in forma cronica; nel primo caso i pesci, intanto, presentano macchie biancastre che si dilatano anche velocemente nel giro di alcune ore. Più frequentemente questi segni vengono notati soltanto sulle branchie e, comunque, i pesci colpiti vengono a morte nel giro di uno-tre giorni ed in numero cospicuo. Nella forma cronica queste stesse lesioni biancastre si espandono molto più lentamente e portano a morte i soggetti colpiti nel giro di una o due settimane.

Diagnosi clinica

La diagnosi clinica può effettuarsi attraverso l’osservazione dei sintomi citati subito sopra, ma è evidente che la conferma non può derivare se non dal reperto di laboratorio.

Diagnosi di laboratorio

La prova di laboratorio si avvale, in questo caso, dell’uso di sostanze che, da una parte, impediscono la crescita di altri germi anche saprofiti e, dall’altra, non impediscono lo sviluppo del Flexibacter columnaris; per questi scopi i laboratoristi impiegano neomicina e polimixina (1). Altri ricercatori consigliano, per i primi isolamenti, un terreno lievemente peptonato con l’1% di agar (17) o l’agar di triptone (18); le colonie del germe appaiono di colore giallo-verdastro, sottili e piatte con tendenza ad espandersi. Per quanto riguarda le prove microscopiche può ricorrersi al raschiato dei tessuti superficiali palesemente colpiti, da esaminare in goccia pendente o previa colorazione con bleu di metilene.

Nel caso di ricorso alle prove istologiche è possibile riscontrare, oltre ai germi, fatti necrotici ed ulcerativi, iperemia ed emorragia periferica e necrosi del derma.

Attività di prevenzione

Limitatamente alle misure di prevenzione qui non può non sottolinearsi quanto è già stato ripetutamente segnato a proposito della buona conduzione dell’acquario in generale.

Per evitare l’introduzione di forme patologiche i pesci di nuovo acquisto debbono subire un periodo di quarantena prima di essere ospitati insieme agli altri e non va trascurato il regolare cambio dell’acqua, nonostante l’affidabilità delle moderne tecniche di filtraggio; alcuni sperimentatori consigliano sostituzioni frequenti di acqua, ma in scarsa quantità per volta, anziché l’uso di forti quantitativi in una sola occasione (17).

Fra gli altri accorgimenti va attribuita importanza anche alla temperatura del mezzo, che in questa malattia può risultare determinante non solo ai fini dell’insorgenza, ma anche ai fini del decorso.

Interventi terapeutici

Fra i primissimi interventi nei casi di sospetto di malattia figura il ripristino delle migliori condizioni di vita dei pesci; a parte ciò, può ricorrersi all’uso degli antibiotici, anche se molti ricercatori ritengono che essi possano risultare comunque poco efficaci a motivo del fatto che i pesci, avendo perso l’appetito, non li assumerebbero per niente o, tuttalpiù, in dosi ridottissime.

Nei casi iniziali di malattia può essere impiegato il permanganato di potassio (secondo le modalità già riportate sopra a proposito della tubercolosi per quanto riguarda la disinfezione della struttura), tenendo presente, in ogni caso che le sue soluzioni si mantengono efficaci per poco tempo se risultano esposte all’aria o alla luce.

Questa sostanza libera o allorché viene a contatto con materiale organico risulta molto ossidante anche a forti diluizioni; nelle acque che contengono 10 ppm di questo prodotto sono consigliabili bagni la cui durata non vada oltre i 30 minuti. In alternativa il trattamento può trasformarsi in permanente per gli acquari o vasche che ne contengano 4 ppm. Qui va segnalato che se l’acqua ha un pH molto alto possono subentrare fenomeni di tossicità, mentre se le acque sono ricche di sostanza organica ne viene provocata una rapida inattivazione.

Fra le altre sostanze può usarsi il fenoxetolo, sia pure con precauzione, alla dose di 2 ppm per la durata di un’ora circa; per il trattamento locale potrebbe essere usata l’acqua ossigenata (17).

Tornando all’impiego degli antibiotici va, comunque, riferito che nei casi di forme acute può essere impiegato, purché immediatamente, il cloramfenicolo (40 mg per litro d’acqua) in combinazione con la triptoflavina (5 ml di soluzione di base per litro); la durata del trattamento è pari a 12 ore circa, salvo un uso più prolungato di sola triptoflavina.

Nel caso di decorso cronico dell’infezione, il cloramfenicolo (da usare con lo stesso dosaggio soprariportato) va impiegato da un minimo di 10 ore ad un massimo di 20. Più in particolare l’antibiotico va sciolto in una modesta quantità di alcool etilico (al 95%); dal punto di vista pratico, al principio attivo posto in un vasetto, l’alcool va versato goccia a goccia, agitando il vasetto stesso fino a sciogliere l’antibiotico. Oltre alla precauzione di consentire la filtrazione del cloramfenicolo, occorre vigilare sui pesci e, soprattutto, sull’acqua; nel caso di intorbidamento i pesci vanno trasferiti in una nuova vasca ed il trattamento va ripetuto con una nuova soluzione (8).

Riassunto

In questa Nota vengono esaminate e discusse le più ricorrenti malattie da germi che colpiscono i pesci d’acquario, comprese le cause che ne possono favorire o provocare la presenza e la diffusione.

In particolare vengono considerate la cosiddetta Malattia della Corrosione delle Pinne, la Vibriosi, la Foruncolosi, la Tubercolosi e la Malattia Colonnare, venendo riportati, per ognuna, gli elementi più utili dal punto di vista pratico per le rispettive diagnosi, prevenzione e terapia.

Prof. Aldo Schiavo

Dipartimento di Sanità,

Patologia, Farmaco-tossicologia

e Benessere degli Animali

Sezione Malattie Infettive

Facoltà di Medicina Veterinaria

Università di Bari

Bibliografia

1) Schiavo A. (ottobre 1997), Malattie e Prevenzione nell’Acquacoltura Comunitaria, Edizioni G. Laterza di Giuseppe Laterza, Via Suppa, Bari.

2) Inamura H., Nakai T., Muroga K. (1985), Bull. Jap. Soc. Sc. Fish., 51, 1915.

3) Schiavo A. (2000), Il Pesce, 17, n° 6, 79.

4) Schiavo A. (2001), Il Pesce, 18.

5) Vigneulle M., Castric J., Laurecin F. B. (1994), Rec. Mèd. Vet., 170, III.

6) Mattheis T. (1964), Ztschr. Fischerei, 12, 259.

7) Kusuda R. (1967), Bull. Jap. Soc. Sc. Fisher., 34, 277.

8) Untergasser D. (1989), Malattie dei pesci d’acquario, Ptimaris Sas, Milano.

9) Girard P. (1994), Bull. GTV, 4, 51.

10) Fernandez A. I., Rodriguez L. A., Nieto T. P. (1992), Aquaculture, 107, 271.

11) Ford L. A. (1994), Aquaculture, 122, 1.

12) Ghittino P. (1985), Tecnologia e Patologia in Acquacoltura, Tip. Bono, Torino.

13) Giavenni R., Pinazzi M., Poli G., Grimaldi E. (1980), Journ. Wildlife Dis., 16, 161.

14) Joyon L., Lom J. (1969), Journ. Protozool., 16, 703.

15) Kormandy B., Kovacs E. G. (1979), Schweiz. Arch. Tierheilk, 121, 201.

16) Pacha R. E., Ordal E. J. (1970), Symp. Dis. of Fishes, Ed. Snieszko, Sp. Pubbl., n° 5, Washington, Am. Fish. Soc.

17) Roberts R. J. (1990), Patologia dei Pesci, Ed. ital. a cura di Giorgetti G., Ed. Agricole, Bologna.

18) Anacher P. L., Ordal E. J. (1955), Journ. Bact., 78, 25.

19) Ghittino C., Bozzetta E. (1994), Med. Vet. Preventiva, 6, 5.


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