EUROCARNI Maggio 2000

I capitali scappano dall’Europa

 

Si sentono, a volte, delle vere assurdità, pronunciate da personalità di primo piano, che lasciano letteralmente di stucco il comune cittadino alle prese con la soluzione dei vari problemi quotidiani, soprattutto in economia. Ed è quanto è stato pubblicizzato sulla stampa, con toni ovattati e quasi sussurrati, riguardo alla attuale debolezza dell’Euro, definita dal presidente della Commissione dell’Unione Europea e dal presidente della Banca Europea, puramente psicologica, mentre il suo vero valore non sarebbe dato dal suo rapporto di cambio con le altre valute.

Purtroppo bisogna riconoscere che, in economia, tutto riveste grande natura psicologica e crediamo di affermare una verità lapalissiana se diciamo che la psicologia di milioni di risparmiatori e di investitori nel mondo deve pur contare qualcosa se essi si regolano in modo difforme dalle affermazioni pronunciate dai citati responsabili europei.

Non può però negarsi, perciò, come la verità indichi che il valore di un moneta è, per definizione, il suo rapporto di cambio con le altre valute. Per noi la debolezza dell’Euro è dovuta, in gran parte, al fatto che i capitali lasciano l’Europa per andare ad essere investiti altrove e non solo verso gli Stati Uniti, ma anche nel resto del mondo.

Come è stato ricordato, anche recentemente dal Governatore della Banca d’Italia, i capitali privati di investimenti diretti e di portafoglio, usciti dall’area dell’Euro, nel biennio 1998-1999, sono ammontati a 300 miliardi di lire.

Questo flusso, però, non è confermato dagli investimenti verso l’Europa. Si afferma spesso, che ciò è dovuto al differenziale di tassi di interessi tra l’Europa e gli Stati Uniti, i quali possono permettersi di offrire tassi di interesse più alti agli investitori perché il rendiconto dei capitali è maggiore ed è maggiore non perché il Tesoro americano abbia ancora bisogno di grandi quantità di capitali per finanziare il debito pubblico, ma perché l’economia americana cresce in modo forte e costante da circa 17 anni, fatta eccezione del 1991, e, quindi, le imprese americane producono alti profitti. Per contro i bassi tassi d’interesse dell’area dell’Euro vengono spesso presentati come il segno del risanamento delle finanze pubbliche. Non ricorrendo più problemi impellenti di servizio di un debito pubblico fuori controllo, le Banche centrali e la banca Europea hanno potuto abbassare i tassi di interesse. In tale constatazione c’è molto di vero ma non c’è tutta la verità, poiché l’altra parte di verità, che è poi, forse, la più significativa, consiste, nel fatto che le economie reali, dell’area Euro sono così deboli, che non riuscirebbero a remunerare il capitale a tassi simili a quelli americani.

Perciò, con buona pace dei responsabili delle cose comunitarie, ad alti e medi livelli, il problema della debolezza dell’Euro non dipende da scarsa intelligenza dei risparmiatori e degli investitori e per risolverlo occorre che i Paesi europei abbassino decisamente il livello delle regolamentazioni e della tassazione e, come più volte abbiamo sostenuto ed auspicato anche noi su questa Rivista, diminuisca il grande fardello, costituito dal peso del settore pubblico. Tutti affermano, con alcune eccezioni di ben qualificata provenienza ideologica, di voler attuare soluzioni del tipo sopra esposto, ma finora si è fatto ben poco, e non vi sono molte speranze per il futuro, se, soprattutto nel nostro Paese, non ci sarà una svolta culturale epocale, che faccia giustizia di tanti guasti finora procurati dal settore pubblico sul piano economico e sociale. Liberalizzare le economie vuol dire abbassare fortemente le rendite politiche e mettere in crisi veramente il modello politico, demagogicamente solidaristico e di presunta giustizia sociale, che si è andato affermando quasi in tutta Europa, a partire fin dagli anni trenta e con ciò ridurre l’area occupata dalla politica.

E non soltanto l’area delle relazioni economiche in senso stretto, ma tutta l’area delle relazioni sociali, compresa l’istituzione, la ricerca scientifica e tecnologica e la sanità.

Purtroppo dobbiamo constatare che le forze politiche, che dovrebbero svolgere un ruolo a favore di un vero cambiamento, in senso opposto a quello finora seguito, continuano ad essere minoritarie, anche nel nostro Paese, e questo induce a ritenere che i soli cambiamenti, che verranno attuati e perseguiti in Europa, saranno quelli imposti, volta per volta, dalla necessità di non essere esclusi nella competizione internazionale, senza che prevalga un corso logico ed efficiente di liberalizzazione complessiva.

Il tempo, però, si è fatto breve, e soprattutto in Italia, occorre procedere con decisioni verso alcuni obiettivi, tra i quali, principalmente, verso la riduzione del carico fiscale, anche nel medio periodo, al fine di innalzare la propensione agli investimenti. Diversamente dovremo aspettare i risultati negativi per il comune cittadino e non ci possiamo legnare poi se gli investimenti vengono dirottati verso altri Paesi, che il loro esame di coscienza lo hanno già fatto da tempo ed i risultati positivi non hanno tardato ad apparire.

(Telemacus)


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